Il bibliotecario, 5. parte







Questo metodizzare tutti i possibili aspetti e sviluppi delle teorie con conseguenti montature pseudoscientifiche, creazioni di istituti, enti, centri ecc. non è, grazie a Dio, dell'indole nostra: e se ci cadiamo qualche volta anche noi, non è già per sentita necessità di cose ma per maneggi di persone interessate alla montatura, che riescono a épater le autorità incompetenti: a «incantare il burino», come si dice più pittorescamente a Roma. Ciò riusciva specialmente bene sotto il passato regime. Non è necessario del resto nè possibile che il bibliotecario sia, neppure nelle sue discipline professionali, omniscente in partenza: basta che abbia lo spirito pronto e l'intelletto aperto a far scienza sua di tutto ciò che la Biblioteca gli insegnerà. E sopra tutto sarebbe bene che in quelle nostre Università nelle quali si vuole insegnare ai futuri bibliotecari il loro mestiere, la delicatezza e la serietà se ne cominciasse a prospettare con insegnamenti impartiti da competenti e non,
come avviene a volte, da improvvisati docenti autoinvestitisi, che delle biblioteche non hanno mai vissuto la vita.

A parte l'esercizio dell'ufficio, il bibliotecario può anche distinguersi tra i rappresentanti della cultura scientifica in quelle specializzazioni di studi che riguardano più da vicino le sue attitudini culturali. Generalmente provenienti da scuole di lettere o di giurisprudenza, essi portano a volte con sè la sicura disposizione a studi superiori, che han dovuto abbandonare per ragioni contingenti, ma che li avrebbe accompagnati con ogni probabilità alla cattedra universitaria. Se l'amore a quei loro studi e la coscienza del nuovo dovere sono così forti da poter coesistere nell'esercizio del bibliotecariato, non è detto che non possano conciliarsi senza danno. Non ne sono frequenti gli esempi, ma non mancano. Più frequente è il caso dell'abbandono tempestivo dell'una o dell'altra attività (e se non è tempestivo è a tutto danno dello studioso e dei suoi studi, e insieme del bibliotecario e delle biblioteche): o l'adozione d'una soluzione capace di accomunare lo studio personale al lavoro d'ufficio. Questa soluzione la offre oggi lo studio scientifico della bibliografia, della bibliologia, della biblioteconomia. La prima è vecchia di secoli, ma come studio rigorosamente scientifico (basta pensare alla catalogazione dei manoscritti e delle antiche edizioni) non s'è affermata che recentemente, circa il tempo in cui presero consistenza e si definirono le altre due. Ed è inutile ai lettori di questa rivista spiegare la loro essenza e la loro importanza.

Assai fosco si presenta oggi l'avvenire delle nostre Biblioteche. Dopo le distruzioni di guerra che, a bilancio finale, non si riveleranno nè poche nè tutte rimediabili; dopo le mortificazioni subìte durante l'infausto ventennio in cui qualche impulso materiale ottenuto indubbiamente da esse fu scontato dal prepotere dell'incompetenza e dell'intrigo sull'onesta serietà dell'opera nostra: ai giovani bibliotecari d'oggi è affidata la sorte di questi ancora invidiabili e preziosi istituti ai quali noi veterani dobbiamo dire addio. Le curino, le difendano, le amino sopra tutto, restando fedeli a una tradizione che s'è finoracercato di mantenere, e sentendosi orgogliosi del loro còmpito. In questa povera Italia manomessa e oscurata possono ancora le Biblioteche offrire il più efficiente contributo a quel prestigio culturale a cui sono estranei confini, partiti, fazioni. Ricostruire di esse tutto ciò che sarà da ricostruire, sarà ancora possibile. Ma quello che sopra tutto s'aspettano è la serietà dei propositi, la simpatia fattiva, la dedizione incondizionata di coloro ai quali saranno affidate.

Ci pensi il Governo, ci pensino i dirigenti di tutti quegli enti o istituti che godono il privilegio di possedere una Biblioteca: sentano la responsabilità di questo che non è tanto un possesso quanto un geloso deposito da trasmettere ai futuri non solo integro ma arricchito e perfezionato pur attraverso la sua quotidiana messa in valore ed usura: e si guardino dall'affidare una tale responsabilità a chi non è capace di sostenerla. Ma poi mostrino anche di apprezzare onestamente il valore del servizio che richiedono. Ai disconoscimenti materiali i bibliotecari, adusati al muto clima dei libri, si son dovuti finora rassegnare, più o meno in silenzio; ma le mutate condizioni di chiunque oggi lavora fanno pensare che una tale rassegnazione possa esser risparmiata anche a loro nei tempi nuovi. Niente, tuttavia, troveranno mai più mortificante dell'incomprensione dell'opera loro, del non sentirsi al posto che loro spetta nella scala dei valori professionali.

Luigi de Gregori.

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