Il Bibliotecario, 3. parte




Le mansioni sono di natura diversissima: dalla scelta dei libri da acquistare, allo studio d'un loro ordinamento sempre più pratico ai fini dell'uso; dalla revisione, quando non è addirittura il lavoro stesso, della catalogazione, alla continua vigilanza sulla gestione amministrativa; dal carteggio con studiosi specialmente stranieri, frequentissimo in certe Biblioteche, alle quotidiane consultazioni verbali per informazioni, consigli, notizie, da parte dei frequentatori, alternantisi continuamente in una gamma che va dal curioso semianalfabeta in cerca di «un bel libro da leggere» al professore universitario che «non sa comprendere» perchè al catalogo non figuri ancora la quarta edizione d'un testo straniero annunziata un mese prima. E la responsabilità della conservazione materiale del patrimonio prezioso che gli è stato affidato per esser trasmesso integro ai successori e che egli, per quanto faccia, non può garantire neppure a se stesso che non abbia subito diminuzioni dall'ieri all'oggi?
Nelle Gallerie e nei Musei l'opera d'arte o l'oggetto prezioso sono al sicuro anche quando abbiano forma nella unità minima della gemma, della moneta, della miniatura. Sono chiusi nelle vetrine, non si guardano che a distanza, e a difenderli da qualche male intenzionato ci sono fedeli e numerosi guardiani che non hanno altro da fare. Ma i libri, i fogli dei libri, le tavole dei libri, gli opuscoli, i fascicoli delle riviste che quotidianamente sono in ridda dagli aperti scaffali ai tavoli di lettura, e passano per cento mani, e devono anche uscire dalla Biblioteca pel prestito a domicilio, e dalla città pel prestito esterno, e perfino dallo Stato pel prestito internazionale, chi può garantire, a sera, che sian tornati tutti al loro posto o che vi ritorneranno sicuramente un giorno? Altro assillo che affanna continuamente i bibliotecari come un fantasma è il veder crescere ogni giorno la massa dei volumi e restar sempre quello lo spazio che deve contenerli, scaffali, pareti, piani, entro i confini invalicabili dei quattro muri d'un edificio.
E, con tutto ciò, dover riconoscere, al lume delle bibliografie (esposte all'attenzione degli studiosi come menu di un convito di sogno) che quell'incremento di volumi non è che troppo inferiore ai veri bisogni della Biblioteca, non è che un modesto saggio di quanto gli studiosi s'aspettano di trovare in biblioteca, e che egli non può offrir loro per la deficienza combinata dei fondi, della mano d'opera, dello spazio. Com'è facile e riposante il mestiere del bibliotecario! Per comprendere pienamente la complessità del nostro la voro bisogna, dunque, aver vissuto a lungo nelle biblioteche, averne studiato da vicino i mezzi del funzionamento, essere stati operai di quel lavoro. Allora ci si accorge pure che è un lavoro costruttivo pieno di fascino, un potente stimolo d'ingegno, una applicazione di coltura che può dare soddisfazioni quali pochi altri lavori intellettuali sanno dare. E' difficile, così, che un vecchio bibliotecario pensi che rinascendo sceglierebbe un'altra professione. Può immaginarsi soddisfazione simile a quella che dovè provare il nostro grande Panizzi allorchè, dopo trentaquattro anni di bibliotecariato, si sentì e fu da tutti proclamato il creatore della nuova Biblioteca del British Museum? Il giovane profugo italiano, riparato a Londra senza alcun mezzo e con pochi studi, dopo aver tentato altre vie riesce ad entrare nel Museo Britannico come assistente bibliotecario, e vi trova un istituto già ricco di possesso, ma che per la sua povertà funzionale è considerato dagli inglesi «una mostra di curiosità, una specie di giardino zoologico inanimato».

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